SIMULANDO LA CONTENTEZZA DI ANDARE IN AMERICA

Il memoriale di Agostino e Francesco Tiraboschi, i due fratelli partiti da Zambla Alta nel 1931 alla volta dell’Argentina in cerca di lavoro, offre uno spaccato della vita quotidiana dell’emigrante sulla strada del progresso.

Già il titolo, “Simulando contentezza di andare in America”, suscita indubbiamente curiosità nel lettore, al quale va innanzitutto spiegato che l’America in questione è quella meridionale, precisamente l’Argentina. Si tratta, in sostanza, del memoriale di un nostro emigrante, Agostino Tiraboschi di Zambla Alta, emigrato col fratello Francesco in Sudamerica agli inizi del 1931, evidentemente con scarso entusiasmo all’idea di lasciare definitivamente la patria per tentare l’avventura oltreoceano. Erano gli anni della Grande Crisi, che si avvertiva anche nella pur relativamente arretrata Italia; di qui la decisione dei due fratelli Tiraboschi di tentare l’avventura, dando qualche credito al sogno e alla “leggenda” di una possibile prosperità oltreoceano.
Il memoriale, scritto da Agostino vari decenni dopo, nel 1978, è stato conservato dagli eredi e valorizzato ora con adeguata pubblicazione.
In sostanza i due fratelli, dopo un breve soggiorno a Buenos Aires, si spinsero all’interno dapprima lavorando nei campi, quindi nella costruzione delle strutture di supporto alle ferrovie, poi nei boschi per ricavare il carbone dalla combustione del legname, infine, in anni più prosperi per loro, dandosi al commercio di vari generi e alla compravendita di immobili.
Il percorso umano dei due fratelli si sviluppa in varie località interne al grande Paese sudamericano, che li vide faticosamente emergere dalla miseria più nera, pian piano, e non sempre linearmente, fino a raggiungere un dignitoso e meritato benessere. Sovente i Tiraboschi operavano – il lettore se ne renderà subito conto – in mezzo a una rete di altri bergamaschi, talora addirittura del loro paese o di quelli immediatamente vicini: certo questo poteva in qualche maniera aiutare i nuovi venuti, né mancarono certo gesti di concreta e generosa solidarietà, ma non sempre. Anzi, talora prevaleva la tendenza ad approfittare dell’altrui debolezza per non pagare il lavoro fatto, o per “bidonare” con un cambio scorretto chi disponeva solo di poche lire per la sopravvivenza.
Quello che colpisce è l’operosità dei due Tiraboschi, la loro capacità di non scoraggiarsi mai e di ricercare le varie possibilità di miglioramento delle rispettive condizioni di vita.
Se vogliamo, siamo in presenza i una “favola” ad “abbastanza” lieto fine: due esistenze sempre confortate, tra l’altro, dal sostegno della fede, soprattutto nei non rari momenti difficili.
Il legame con la terra d’origine venne ad essere rafforzato dalla lunga visita che, dopo tanti anni, Agostino poté fare a Zambla, dopo la Seconda Guerra Mondiale, tornando nella nuova patria con una presenza di rilievo, e in più… una moglie bergamasca doc!…
Quanto all’importanza di questo memoriale, bisogna riconoscere all’autore – e questo è un pregio rilevante del memoriale – la capacità di trasmettere in termini semplici e immediati, la quotidianità dell’esperienza dell’emigrante. Poiché le vicende di Agostino e Francesco Tiraboschi sono simili a quelle di migliaia di emigranti bergamaschi, esemplificative di situazioni assai diffuse, è importante che le nuove generazioni abbiano a disposizione strumenti agevoli di questo genere per comprendere appieno, dando ad esso un senso immediato, il fenomeno migratorio che ha interessato, pochi decenni orsono, i loro avi, parenti e collaterali, con i suoi drammi, le sue sofferenze talora nascoste e, naturalmente, anche i motivi di soddisfazione materiale e spirituale.
Enzo De Canio